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Lo Studio fotografico Orlandini (1879-1980)

E' il più importante e longevo tra gli studi fotografici modenesi. Viene aperto intorno al 1879 da Pellegrino (che in precedenza aveva esercitato l'attività di fotografo ambulante) a cui succede il figlio Umberto e infine il nipote Carlo fino al 1980.
La prima carta intestata con l'indirizzo "via Bagni 19, palazzo Contessa Stoffi" risale al 1885. Nello stesso periodo il figlio primogenito di Pellegrino, Enrico, comincia a collaborare attivamente col padre che cambierà l'intestazione dello Studio in "Pellegrino Orlandini e Figlio". Nel 1897 il figlio minore Umberto, diciottenne, inizia ad occupare nella ditta un ruolo non più solo di apprendista e la ragione sociale viene nuovamente mutata in "P. Orlandini e Figli".
Nel 1899, grazie ad una foto di Umberto, la ditta riceve una medaglia al secondo Congresso Fotografico di Firenze e da allora si chiamerà "Premiata Fotografia P. Orlandini e Figli".
Il 31 maggio 1902 il salto di qualità ormai evidente dello Studio è sottolineato dall'inaugurazione della nuova sede in via Castellaro. Nel 1903 Pellegrino è colto da paralisi e, pur conservando la qualifica di proprietario e la teorica supervisione dell'attività, lascia di fatto la gestione ai figli Enrico e Umberto che mantengono l'intestazione "P. Orlandini e Figli" anche dopo la sua morte nel 1910 quando lo Studio conta già ben nove dipendenti. Mentre Enrico lascia poche tracce della sua opera (morirà nel 1921), è quella di Umberto l'impronta inconfondibile, la personalità più elevata dello Studio che raggiunge sotto la sua guida il massimo splendore (anche con l'introduzione dell'attività editoriale che ne farà mutare l'intestazione in "Regia Fotografia Editrice Cav. Uff. Umberto Orlandini"). Umberto muore nel 1931 lasciando ai figli Carlo e Claudio la pesante eredità dell'atelier fotografico più prestigioso della città. Dopo la prematura scomparsa di Claudio, Carlo proseguirà da solo l'attività di fotografo titolare dello Studio (che mantiene l'intestazione del padre Umberto) per quasi mezzo secolo.
L'intero archivio Orlandini derivato dall'attività di tre generazioni di fotografi, consistente in oltre 100.000 immagini fondamentali per ricostruire l'evoluzione urbanistica e sociale di Modena e della sua provincia con tutti gli arredi interni, le attrezzature dello studio, la corrispondenza, viene acquistato da Giuseppe Panini subito dopo la chiusura, un anno prima della morte di Carlo, nel 1980.
Pellegrino Orlandini (Modena, 18 aprile 1843 - Modena, 28 maggio 1910)

Il capostipite dello Studio, compie un tirocinio itinerante tra i laboratori di altri fotografi modenesi: Ruggero Porta, Gaetano Sorgato e i fratelli Bozzetti. Attorno al 1870 si sente tecnicamente in grado di intraprendere l'attività di fotografo ambulante soprattutto nei paesi dell'appennino modenese.
Può essere definito un artigiano della fotografia: impara il mestiere a bottega, si esercita come ambulante e con l'ingresso dei figli intraprende l'attività di uno Studio stabile nel centro cittadino.
L'impostazione della sua attività è tipicamente ottocentesca: l'ambiente in cui opera è conservatore, accademico e non si allontana dai canoni stilistici del "bello" dettati dall'Accademia Estense di Belle Arti che ha uno dei suoi massimi esponenti in Adeodato Malatesta, forse il migliore ritrattista modenese. Non viene cercata la caratterizzazione psicologica nei ritratti, la posa è quasi sempre frontale, la luce ben distribuita su tutta la figura. Per i primi ritratti fotografici in studio la rigidità della posa può essere dettata da motivazioni di carattere tecnico: la necessità di restare fermi per il tempo (lungo) necessario ad impressionare la lastra di vetro del negativo. Ma la staticità delle figure umane caratterizza anche le immagini scattate nel corso dell'attività ambulante di Pellegrino: molto probabilmente gli abitanti delle zone appenniniche del Frignano non avevano mai visto un apparecchio fotografico e l'imbarazzo assieme alla curiosità della novità risultano essere gli elementi caratterizzanti di quei folti gruppi accorsi a farsi immortalare, rigidi e impietriti come motivi decorativi entro il soggetto architettonico o naturale predominante. Queste fotografie del Frignano, oggi da considerarsi prezioso documento antropologico ed etnografico, sono state concepite come pure scene di genere dove lo studio della composizione del quadro prevale sulla spontaneità dei gesti.
Umberto Orlandini (Modena, 5 maggio 1879 - Modena, 19 settembre 1931)

Nato il 5 maggio 1879, lavora prima come apprendista poi come collaboratore del padre Pellegrino: dopo il ritiro di quest'ultimo dall'attività cambia l'impostazione dello Studio: la biblioteca si arricchisce, la partecipazione a diversi concorsi ed esposizioni gli permette di conoscere direttamente quanto si muove nel mondo fotografico nazionale ed internazionale.
Nel 1905 inizia a sperimentare tecniche di riproduzione fotomeccanica, nel 1906 debutta come editore con il volumetto "Petit prières de Renée de France" (riproduzione fotografica di un codice miniato della Biblioteca Estense) e sono suoi gli unici autochrome conosciuti eseguiti a Modena. Diviene presto l'unico fotografo autorizzato ad entrare nei locali della Scuola Militare e come fotocronista degli avvenimenti cittadini vanno ricordate alcune serie particolarmente interessanti: le gare automobilistiche del Record del Miglio (1909), le prime esibizioni aeronautiche a Modena (1910), le corse all'ippodromo e le riviste militari dello Statuto. Nel 1919 Umberto è tra i promotori e diviene primo presidente dell'Associazione proprietari fotografi e, nel 1922, adotta la denominazione "Fotografia Cavaliere Ufficiale Umberto Orlandini", dopo avere ricevuto il titolo di Cavaliere per meriti nel campo dell'editoria artistica.
E' sicuramente la personalità più complessa e significativa della famiglia in quanto compie un'evoluzione personale e di relazione con la città che porterà lo Studio fotografico al suo massimo splendore negli anni Venti. Lo sforzo costante di superare l'impostazione artigianale ottocentesca del padre lo induce a sperimentare nuove tecniche e dare adito alle nuove teorizzazioni sui metodi espressivi della foto d'arte: conosce l'operato dei fotografi stranieri come Stiegliz e ne resta colpito, cerca di farlo proprio.
I ritratti sono il risultato della ricerca sul movimento, e sulla naturalezza di fronte all'obiettivo, lontani dalla fissità dettata dai canoni estetici tradizionali.
La luce è protagonista nell'evidenziare e nascondere, il pittorialismo è cercato nelle sperimentazioni di stampa (gomma bicromata, stampa al carbone) in cui le linee dei contorni non sono così nitide e il colore si aggiunge in tonalità più cariche.
Umberto è anche il fotografo dei reali d'Italia che vengono nel suo studio a farsi ritrarre, della Sovrintendenza alle Belle Arti; è editore, imprenditore che cura l'immagine del suo atelier producendo una quantità mai più superata per bellezza e accuratezza di intestazioni, cartoncini portafoto, carte intestate e timbri.
Carlo Orlandini (Modena, 25 maggio 1904 - Modena, 22 gennaio 1981)

Il periodo di massimo splendore per lo studio Orlandini durante l'attività di Carlo è quello in cui la committenza ufficiale (Comune, Accademia Militare, Partito Fascista) richiede costantemente la sua presenza durante le manifestazioni pubbliche cittadine più importanti. Il particolare momento storico all'inizio della sua carriera, dopo la morte del padre Umberto, non lascia molti spazi per un percorso creativo personale e Carlo non ha la stessa passione per il mestiere, la sperimentazione e l'invenzione che erano state del padre. Si adegua al lavoro dei fotografi pubblici controllati dal partito fascista. Il suo è un mestiere e come tale viene svolto in modo professionale ma distaccato, non vi è partecipazione o volontà di raccontare oltre l'evento da documentare. La città compare e scompare dietro la folla, quella del ventennio fascista in primo luogo. La migliore espressione del suo talento di reporter sono i ritratti dei personaggi usciti dalla massa, come se fossero in posa e invece rubati alla confusione di una giornata passata a Modena da qualche autorità: un gerarca, un principe, un vescovo, lo stesso duce. Le personalità non fanno visita allo Studio per farsi ritrarre come era stato per Umberto: è necessario che il fotografo vada loro incontro.
Anche nel dopoguerra Carlo non muta il suo modo di lavorare. Dopo il ritiro obbligato per alcuni anni, cambiato il panorama politico e sotto nuova committenza, lo si vede impegnato durante le manifestazioni religiose, le inaugurazioni, le conferenze, le premiazioni, le gare sportive, le esercitazioni militari, le colonie estive, anche se la valenza pubblica del suo lavoro diminuirà con il tempo a favore della committenza privata.
Se non è stato un artista dell'immagine come lo era stato Umberto, non bisogna dimenticare il merito di avere lasciato alla sua città una documentazione storico-fotografica ineguagliabile.

Bibliografia
Becchetti Piero - Fotografi e fotografia in Italia, 1839-1880 - Edizioni Quasar, Roma, 1978

Capizzi Enzo, Colombini Elis - Appunti per una storia della fotografia a Modena tra le due guerre - Elis Colombini Editore, Modena, 1986

Massimo Mussini (a cura di) - Lo Studio Orlandini - Quaderni dello CSAC, Università di Parma, 1976

Zannier Italo - Storia della fotografia italiana - Laterza, Bari, 1986

Orlandini e figli, fotografi modenesi - Raccolte fotografiche modenesi Giuseppe Panini, 2001
Lo sguardo esteso degli Orlandini
(tratto da: Orlandini e figli, fotografi modenesi - Raccolte fotografiche modenesi Giuseppe Panini, 2001)

Definirli "gli Alinari di Modena" è far loro un torto. Nella piccola dimensione della loro città, gli Orlandini seppero fare sicuramente di più, forse di meglio. La conferma ce la dà proprio il catalogo storico dei fiorentini, così ricco di immagini dell'Italia artistica, ma così avaro di vedute modenesi. Sicuramente gli Alinari (e anche Anderson, che venne a Modena verso il 1895 e se ne ripartì con 94 lastre, ma tutte riproduzioni di quadri della Galleria Estense: neanche un esterno) non "sentivano" Modena, città priva di stereotipi (in Emilia, Ravenna era la bizantina, Parma la romanica, Bologna la medievale, Ferrara l'estense, e Modena un bel nulla) e trascurata dai baedeker dell'incipiente turismo, i cui asterischi erano le stelle comete della perlustrazione iconogenica dei fotografi d'oltre Appennino. Ma è anche vero che nel 1898, quando dopo anni di trascuratezza gli inviati della poderosa ditta di Firenze sbarcarono all'ombra della Ghirlandina, trovarono la città già ben "coperta". Pellegrino Orlandini ha già prodotto quasi tutte le 62 vedute del Duomo, delle chiese, dei monumenti e dei panorami cittadini che figureranno nel Catalogo a stampa del 1900. Studiosi d'arte, viaggiatori colti e cultori di storia locale hanno già nello studio di via Bagni il fornitore ideale per soddisfare le loro esigenze. Pellegrino conosce bene gli Alinari, è loro consocio nella Società fotografica italiana, partecipa assieme a loro alle principali mostre nazionali. Ma la concorrenza è concorrenza, e "non v'è una ragione", suggerisce lui stesso presentando alla città quel Catalogo, "che i monumenti e le vedute di Modena devano [sic] essere illustrate da fotografi di altre città" . L'avrà vinta. Gli Alinari lasceranno Modena ai loro rivali locali.
Che ne sapranno fare buon uso. Certo, di vedute non si campava. Come tutti gli studi fotografici dell'Ottocento, anche gli Orlandini vivevano di ritratti. Ma non avevano intenzione di vivere per i ritratti. Non Pellegrino il pioniere, che quando batteva da fotografo ambulante i paesi dell'Appennino era senza saperlo un antropologo visuale, e il suo bottino di volti e di pietre diroccate è adesso una miniera per lo studioso di storia sociale. Non Umberto lo sperimentatore, che della fotografia inseguiva sempre i sogni più audaci e le innovazioni più ardite. Ha solo diciannove anni nel 1898, quando la fabbrica milanese di attrezzi ottici Negri-Koritska presenta il primo teleobiettivo di produzione italiana, e lui se lo compra e subito s'arrampica sul tetto di palazzo Cuoghi per prendere di mira la Ghirlandina dalla distanza fino a quel momento proibitiva di duecento metri. Questo dell'arrampicarsi, per portare lo sguardo di vetro delle sue fotocamere là dove gli occhi dei passanti non arrivano, è un vizio che gli rimarrà. Quando prima delle processioni del Corpus Domini gli addobbatori del Duomo appoggiavano le loro lunghissime e malferme scale a pioli sulle fiancate romaniche, lui ne approfittava per andare su su a fotografare le minuscole mensoline di Wiligelmo; un giorno sua moglie lo vide lassù, traballante e felice, "tornò a casa", racconta il figlio Odoardo, "e svenne". Acrobata al servizio della visione, eccolo nel 1900 appeso ai ponteggi dei restauratori di casa Sbarberi, in via Emilia, armato stavolta di grandangolare, per uno dei suoi più riusciti virtuosismi: l'impossibile ritratto integrale, dalle fondamenta alla guglia, della torre Ghirlandina, senza eccessive distorsioni prospettiche. E quando nel 1911 i muratori addetti alla manutenzione della torre istallano una "bilancia", cioè un pontile sollevabile a mezzo di carrucole e paranchi, Umberto era di nuovo pronto, con fotocamera al collo e notevole fegato, a farsi issare fino a 40 metri d'altezza, conquistando immagini fino a quel momento familiari solo a tortore e piccioni, e consacrando definitivamente la sua fama di "fotografo grimpeur". Non sapeva, forse, di adempiere così ad una delle predizioni del profeta della fotografia, il fisico francese Arago, che presentando la scoperta di Daguerre al mondo, nel 1939, aveva immaginato che un giorno i fotografi avrebbero potuto "remonter aux dimensions exactes des parties les plus élevés, les plus inaccessibles des édifices".
Né immaginava che Wiligelmo e Lanfranco, come altri "saintes artistes du Moyen ge, avaient prevu le dagerréotype, en plaçant leur statuettes [...] à de sommets où les oiseaux que tournent au-dessus des tours pouvaient seuls les voir", come scriveva entusiasta un critico francese di fronte alle prove di un altro grimpeur dell'obiettivo, Le Secq.
Cosa cercava Umberto, "portando la fotografia alle altezze dell'arte"? Immagini per un progetto ambizioso, avrebbe risposto lui. Un libro. Un Atlante fotografico del Duomo, una raccolta completa ed esauriente di tutte le immagini iscritte in quel meraviglioso libro di pietra, un ritratto integrale del capolavoro di Wiligelmo e Lanfranco. Realizzò quel progetto. Gli atlanti alla fine furono addirittura due. Insuperati fino a pochi anni fa, quando un altro fotografo modenese, Cesare Leonardi, s'incamminò sulle stesse orme di Umberto, con più bagaglio tecnico e culturale ma con lo stesso entusiasmo. Libri, e non solo fotografie. Perché Umberto si sentiva non solo fotografo, ma "fotografo-editore", così fece stampare sui biglietti da visita; e via via che passavano gli anni, solo "editore" (25 volumi in 25 anni gliene diedero l'autorizzazione). Non perché avesse rinnegato la carta ai sali d'argento per quella ad inchiostro. Ma perché aveva capito, come pochi alla sua epoca, che il destino della fotografia sta nella stampa, che Daguerre è un alleato (potente) e non un concorrente di Gutenberg. Editore vuol dire: immagini e parole. E Umberto cercò le migliori parole a disposizione perché fossero all'altezza delle sue immagini: chiamò a scrivere per lui Adolfo Venturi, Giulio Bertoni, il meglio della critica d'arte dell'epoca; e perfino Ezra Pound, un giorno, gli scrisse proponendogli di realizzare assieme un volume che purtroppo non si fece mai.
Cercava solo questo? Potendo rispondere per lui, diremmo: no, cercava qualcosa di diverso e di più ambizioso ancora. Cercava di vedere di più. Di allargare il campo della visione, quello fisico-ottico, ma anche quello mentale, fino a comprendere angolature e territori insoliti. Teleobiettivo, grandangolo in fondo gli piacevano perché gli davano quel brivido dell'extrapercezione che avrebbe cercato di soddisfare con ogni strumento possibile, per esempio quel Fotoperigrafo Pasquarelli che su strisce di celluloide lunghe fino a 120 centimetri gli permetteva di impressionare panoramiche dall'angolo estesissimo, volendo anche "a completo orizzonte": se ne servì come di un taccuino da giornalista, come "un nuovo mezzo linguistico di racconto che gli permette[va] [...] di entrare nel vivo dell'avvenimento, di muoversi dentro di esso e di narrarlo nel suo svolgersi con una libertà mai prima conosciuta." Narrare con le fotografie è un altro modo per Umberto di fuggire la monotonia dell'immagine fissa: ha nel portafogli la tessera di corrispondente dell'Illustrazione Italiana, correrà "sulla notizia" ogni volta che gli impegni di lavoro glielo permetteranno: a Venezia dove è crollato il campanile di San Marco, a Roma dove s'inaugura il monumento a Vittorio Emanuele, a Bologna ai funerali di Carducci. Ma cercherà l'insolito anche nelle facce degli spettatori dell'ippodromo cittadino, nelle scene di strada, tra i banchi del mercato sotto la neve, precoce reporter del vivere quotidiano, mai tentato però di cavarne scenette oleografiche nel gusto allora. Se una tendenza artistica doveva influenzarlo, fu naturalmente la più d'avanguardia: l'estetica straight che muoveva i primi passi con Stieglitz, il padre della fotografia americana moderna che Umberto poté ammirare alle esposizioni di Firenze e di Torino del 1899. Come è già stato notato, alcune sue fotografie "da esposizione" (la "Giornata piovigginosa" addirittura prende a prestito il titolo dal "Wet Day on the Boulevard" di Stieglitz) portano più che dignitosamente quel marchio.
Irrequieto, in cerca di nuove frontiere, Umberto provò anche il cinema, provò con esiti piacevolissimi le nuove lastre a colori Autochrome messe in vendita dai Lumière attorno al 1908, provò tutte le tecniche foto-tipografiche, dalla semplice zincografia alla difficilissima tricromia con cui immaginò di poter riprodurre in facsimile l'intera Bibbia miniata di Borso d'Este (ci riuscirà, quasi un secolo più tardi, un altro editore modenese, Franco Cosimo Panini, con analoga spericolatezza tecnologica).
Pur di allungare lo sguardo oltre il consueto, oltre il già visto, Umberto provò tutto ciò che la tecnica contemporanea gli metteva a disposizione, senza risparmiarsi, senza risparmiare. Pochi mesi prima di morire lasciando lo studio al figlio Carlo, nel 1931, convocò l'affezionata segretaria dello studio per tirare le somme di un'intera carriera, di un'intera vita spesa per la fotografia. Le somme economiche non erano entusiasmanti, ma Umberto chiuse i libri mastri con un'espressione pacificata sul volto: "Non ho guadagnato molto. Ma credo di aver fatto qualcosa."
Michele Smargiassi

Bibliografia
Aspetti e protagonisti della fotografia a Modena, Comune di Modena / Association Art et Photographie Besançon s.d.

Piero BECCHETTI, Fotografi e fotografia in Italia 1839-1880, Roma, Quasar 1978

Enzo CAPIZZI, Elis COLOMBINI, Appunti per una storia della fotografia a Modena tra le due guerre, Modena, Colombini 1987

Fotografia italiana dell'Ottocento, catalogo della mostra, Milano-Firenze, Electa-Alinari 1979

Massimo MUSSINI, Lo studio Orlandini 1870-1930, Università di Parma, 1976

Odoardo ORLANDINI, "Umberto Orlandini fotografo-editore" in Modena, vicende e protagonisti, Bologna, Edison 1981, vol…. pp. …

Pietro PULIATTI, Umberto Orlandini editore, Modena 1964

Arturo Carlo QUINTAVALLE, "Lo Studio Orlandini di Modena 1870-1930", in Enciclopedia pratica per fotografare, Milano, Fabbri 1981, pp. 2287-2302

Rossella RUGGERI, Antiche fotografie nelle collezioni civiche modenesi, Comune di Modena 1981

Michele SMARGIASSI, "La città, lo specchio, il potere", in Gli occhi sulla città. Il centro storico di Modena nella fotografia contemporanea, Milano, Motta 1994, pp. 97-104

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