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Donne degli anni Trenta
Fotografie dello Studio Bandieri
(10 settembre-16 ottobre) |
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A cura di: Chiara Dall'Olio e Mara Montorsi
L'esposizione, promossa in collaborazione con la Fondazione
Cassa di Risparmio di Modena, propone 50 fotografie dello Studio
di Benvenuto e William Bandieri dalle quali emerge l'immagine
della donna durante il periodo fascista: un'immagine multiforme,
estremamente complessa e assolutamente irriducibile al modello
bifronte che il regime stesso tentava di propagandare.
Il fascismo, infatti, aveva una concezione schizofrenica del
ruolo femminile: come riproduttrici della razza, le donne dovevano
incarnare i ruoli tradizionali di spose e madri esemplari, silenziosamente
confinate tra le mura domestiche; come cittadine e patriote,
invece, dovevano essere moderne e combattive, sempre pronte
alla chiamata e presenti sulla scena pubblica. Il regime, suo
malgrado, si trovò costretto a gestire e a controllare
la proliferazione d'identità femminili generate dalla
cultura di massa. Un nuovo genere di potere pubblico che metteva
in pericolo l'elemento chiave dell'ordinamento gerarchico della
società fascista: la totale sottomissione della donna
all'uomo. Durante il Ventennio fascista vissero due generazioni
di italiane. La prima, adulta quando il fascismo salì
al potere, era costituita da donne che erano state mobilitate
nell'economia bellica del primo conflitto mondiale, che avevano
sperimentato l'indipendenza economica e sviluppato una maggiore
coscienza di sé; disinibite dall'assenza degli uomini
in guerra, la loro immagine era stata identificata con le gonne
corte, i capelli alla "maschietta" e i comportamenti
sessuali liberi. La seconda generazione, la Gioventù
femminile del Littorio, pur essendo cresciuta nel regime fascista,
era stata comunque influenzata dalla nuova cultura di massa
statunitense, i cui valori di più liberi costumi sociali
trovavano diffusione nelle immagini cinematografiche, nelle
riviste di moda, nelle pubblicità e nei beni di consumo.
Proprio su questa seconda generazione di donne vertono le immagini
prese in esame in mostra, inerenti agli anni 1934-1943. Nei
soggetti tematici analizzati - i saggi ginnici, i corsi di economia
domestica e le gite - si è cercato di individuare in
tre differenti contesti - quello delle manifestazioni ufficiali,
quello della politica autarchico-domestica e quello del tempo
libero organizzato - sia il livello di penetrazione e di influenza
dei modelli propri della cultura commerciale, sia i linguaggi
che lo studio Bandieri, fotografo ufficiale del Partito Fascista
a Modena, utilizza nei servizi di propaganda. Ordine e uniformità
costituiscono il tratto fondamentale delle immagini femminili
all'interno della sezione "saggi ginnici"; le divise
e i movimenti in sincrono amalgamano ragazze e bambine in un
corpo unico, espressione della giovinezza e dello stile femminile
fascista. E' l'irrequietezza delle giovani donne che il fascismo
tenta di controllare, sfruttandone il protagonismo adolescenziale.
Nei saggi ginnici, nell'ufficialità delle manifestazioni,
il regime si appropria dei corpi femminili - con le divise -
li rende disciplinati - con gli esercizi in sincrono - e li
espone. Ma se disordine e individualità sono rigorosamente
banditi dalle immagini dei servizi ufficiali, tra gli scatti
dello Studio Bandieri questi elementi affiorano; che sia la
posa disordinata degli avanguardisti, o le evidenti individualità
delle ginnaste; il decoro, l'ordine e la disciplina ne risultano
irrimediabilmente scalfiti.
I corsi di economia domestica vennero propagandati dal fascismo
all'interno della campagna autarchica, in un'ottica di economia
e razionalizzazione dei consumi, ma le immagini fotografiche
di Bandieri raccontano qualcosa di diverso. La costruzione del
racconto per immagini può essere sintetizzata da un lato
nell'economia domestica come modello di rispettabilità,
quindi codificazione di principi borghesi; dall'altro come rappresentazione
di oggetti simbolici di un raggiunto status sociale. Le immagini
selezionate per la sezione "corsi di economia domestica",
evidenziano diverse scritture: dai quadri fotografici in interno
borghese - in cui è l'ambientazione a definire il messaggio
- alla pubblicità e al suo racconto da fiaba. La cultura
commerciale entra nella propaganda fascista trasformandone il
messaggio: da autarchica lotta agli sprechi a consumistico modello
di crescita sociale. Risulta difficile individuare quale fosse
il livello di penetrazione della cultura commerciale nelle donne
ritratte in questi servizi, quanto fossero protagoniste partecipi
o inconsapevoli soggetti di una messa in scena fotografica.
La difficoltà non si pone per la sezione "gite".
In contesti apolitici, i modelli femminili legati al consumo
di massa emergono prepotentemente. Le donne della classe operaia,
e occorre ricordare che sono loro i soggetti, hanno introiettato
e fatti propri gli atteggiamenti e gli sguardi delle dive hollywoodiane;
il trucco e la cura del corpo sono gli stessi che modelle e
attrici propongono sulle pagine delle riviste femminili. Dall'altra
parte dell'obbiettivo, William Bandieri, fonde liberamente tagli
cinematografici e luce pictorialist, foto di moda e linguaggi
delle avanguardie.
L'analisi delle immagini nasce dalla Tesi in Storia della fotografia
tenuta da Mara Montorsi presso il corso di laurea in Conservazione
dei Beni Culturali dell'Università degli Studi di Parma.
In occasione dell'esposizione verrà pubblicata una FotoMonografia,
con tutte le immagini presenti in mostra, che verrà distribuita
gratuitamente ai sostenitori delle Raccolte Fotografiche Modenesi.
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