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Il lunedì del villaggio
Immagini del primo insediamento artigiano a Modena (1953) (novembre 2003)
Fonderia Ponzoni, il titolare offre una dimostrazione alle autorità, 1961 (foto Botti e Pincelli,archivio Ufficio Stampa del Comune di Modena)
 
Lo chiamarono "Villaggio". Chiediamoci perché. Oggi preferiamo parole più tecniche e fredde, "zona industriale", "insediamento", "quartiere", "distretto", "plesso". Cinquant'anni fa, invece, il sindaco Alfeo Corassori e il suo braccio destro Mario Alberto Pucci scelsero "Villaggio artigiano". Forse volevano solo mitigare con un nome antico, rassicurante, perfino leggiadro, la loro azzardata idea. Perché azzardo era. Tra le macerie dei bombardamenti Modena aveva smarrito il suo futuro. Si credeva città predestinata alla grande industria, come Brescia, come Terni, ma la polvere dei calcinacci aveva sommerso capannoni e sogni. Toccava ricominciare in un altro modo. Cavando da un disastro una virtù: dai disoccupati volonterosi e ingegnosi un'altra, diversa, inedita "città imprenditrice". Dopo ogni grande disastro della sua storia Modena si è ricostruita da sé. Ricominciando un po' più in là, ma non tanto. Dall'impaludamento e dalle invasioni barbariche era scampata rifondandosi a Cittanova, per tornare nel Medioevo a resuscitare la vecchia Mutina là dov'era stata. Dalle macerie della guerra si risollevò costruendo verso ponente una piccola colonia di artigiani: il Villaggio. Colonia senza colonizzati e colonialismo, ma colonia vera e propria. Colonia d'oltreferrovia, che in un'era palo-automobilistica era come dire d'oltremare; il cavalcavia della Madonnina come un bastimento transoceanico. Colonia come utopia del lavoro, utopia modesta ma possibile, praticabile subito, per la rivoluzione c'è tempo, nell'attesa ecco una città di produttori dove anche i padroni hanno le mani sporche di morcia. Colonia come utopia urbanistica, perché no: città premeditata, disegnata a tavolino, equilibrata, servita, ordinata. Colonia come sfida alla penuria, ingegno aguzzato dalla necessità, costruita con soldi che non ci sono ma che si riesce a far saltar fuori, concreti e sonanti, dal gioco astratto delle rendite fondiarie. Colonia come terra incognita, come tentativo di futuro, come esperienza morale, perché no: tanto che, come tutte le colonie, ebbe la sua chiesa missionaria, che come tutte le chiese missionarie adottò lo stile del posto, e si mascherò da sobrio capannone artigianale anch'essa. C'era molto meno tempo per documentare che per costruire. Le fotografie che vedete qui raccolte non sono una cronaca: troppi i dettagli che mancano. Sono un'evocazione. Come fotografie di famiglia, raccontano i momenti felici delle inaugurazioni, le visite degli amministratori, una benedizione, una stretta di mano, il cerimoniale modesto e pratico di quegli anni. Poi, fortunosamente ritrovata, qualche immagine di cantiere, di lavori in corso, ma anche quella un po' in posa, fatta per essere mostrata. Mancano, forse, l'immagine del lavoro quotidiano, la fatica, i malumori che pure dovettero esserci anche lì, nella colonia dove questa città ha cominciato a costruire il suo benessere cinquant'anni fa, cambiando calcinacci e macerie con calce e mattoni, e non ha più smesso; nel luogo dove mezzo secolo or sono una generazione a cui la dittatura e la guerra avevano rubato le gioie del sabato, si rimboccò le maniche e ricominciò a lavorare, come si deve, dal lunedì: il lunedì del Villaggio.

(Michele Smargiassi, dal testo in catalogo)

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