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Il lunedì del villaggio
Immagini del primo insediamento artigiano a Modena (1953)
(novembre 2003) |
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Lo chiamarono "Villaggio". Chiediamoci perché.
Oggi preferiamo parole più tecniche e fredde, "zona
industriale", "insediamento", "quartiere",
"distretto", "plesso". Cinquant'anni fa,
invece, il sindaco Alfeo Corassori e il suo braccio destro Mario
Alberto Pucci scelsero "Villaggio artigiano". Forse
volevano solo mitigare con un nome antico, rassicurante, perfino
leggiadro, la loro azzardata idea. Perché azzardo era.
Tra le macerie dei bombardamenti Modena aveva smarrito il suo
futuro. Si credeva città predestinata alla grande industria,
come Brescia, come Terni, ma la polvere dei calcinacci aveva
sommerso capannoni e sogni. Toccava ricominciare in un altro
modo. Cavando da un disastro una virtù: dai disoccupati
volonterosi e ingegnosi un'altra, diversa, inedita "città
imprenditrice". Dopo ogni grande disastro della sua storia
Modena si è ricostruita da sé. Ricominciando un
po' più in là, ma non tanto. Dall'impaludamento
e dalle invasioni barbariche era scampata rifondandosi a Cittanova,
per tornare nel Medioevo a resuscitare la vecchia Mutina là
dov'era stata. Dalle macerie della guerra si risollevò
costruendo verso ponente una piccola colonia di artigiani: il
Villaggio. Colonia senza colonizzati e colonialismo, ma colonia
vera e propria. Colonia d'oltreferrovia, che in un'era palo-automobilistica
era come dire d'oltremare; il cavalcavia della Madonnina come
un bastimento transoceanico. Colonia come utopia del lavoro,
utopia modesta ma possibile, praticabile subito, per la rivoluzione
c'è tempo, nell'attesa ecco una città di produttori
dove anche i padroni hanno le mani sporche di morcia. Colonia
come utopia urbanistica, perché no: città premeditata,
disegnata a tavolino, equilibrata, servita, ordinata. Colonia
come sfida alla penuria, ingegno aguzzato dalla necessità,
costruita con soldi che non ci sono ma che si riesce a far saltar
fuori, concreti e sonanti, dal gioco astratto delle rendite
fondiarie. Colonia come terra incognita, come tentativo di futuro,
come esperienza morale, perché no: tanto che, come tutte
le colonie, ebbe la sua chiesa missionaria, che come tutte le
chiese missionarie adottò lo stile del posto, e si mascherò
da sobrio capannone artigianale anch'essa. C'era molto meno
tempo per documentare che per costruire. Le fotografie che vedete
qui raccolte non sono una cronaca: troppi i dettagli che mancano.
Sono un'evocazione. Come fotografie di famiglia, raccontano
i momenti felici delle inaugurazioni, le visite degli amministratori,
una benedizione, una stretta di mano, il cerimoniale modesto
e pratico di quegli anni. Poi, fortunosamente ritrovata, qualche
immagine di cantiere, di lavori in corso, ma anche quella un
po' in posa, fatta per essere mostrata. Mancano, forse, l'immagine
del lavoro quotidiano, la fatica, i malumori che pure dovettero
esserci anche lì, nella colonia dove questa città
ha cominciato a costruire il suo benessere cinquant'anni fa,
cambiando calcinacci e macerie con calce e mattoni, e non ha
più smesso; nel luogo dove mezzo secolo or sono una generazione
a cui la dittatura e la guerra avevano rubato le gioie del sabato,
si rimboccò le maniche e ricominciò a lavorare,
come si deve, dal lunedì: il lunedì del Villaggio.
(Michele Smargiassi, dal testo
in catalogo) |
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